Nel corso di questa estate particolarmente calda siamo stati costantemente accompagnati dalle notizie riguardanti gli incendi ed i roghi che, giorno dopo giorno, stanno distruggendo ettari ed ettari del nostro bellissimo territorio, soprattutto nelle regioni del Centro – Sud. Spesso, laddove le case si trovano vicine al fronte incendiario e quindi quando il rischio per le persone diventa più elevato, si rende necessario il loro allontanamento dalle proprie abitazioni.

Ma cosa succede quando il fuoco colpisce una casa in legno? La risposta che il pensiero comune spingerebbe a dare è che il legno, utilizzato per accendere il camino in inverno e il barbecue in estate, è un materiale che brucia e che, di conseguenza, lo stesso avviene per un edificio con esso realizzato.

In realtà si tratta di un luogo comune da sfatare dal momento che, è stato dimostrato, la capacità di resistere al fuoco ed agli incendi è maggiore per gli edifici in legno piuttosto che per quelli realizzati in cemento armato o in acciaio. È davvero possibile? E come?

Prima di rispondere a queste domande occorre fare due piccole ma importanti precisazioni:

  1. Resistenza al fuoco non è sinonimo di ignifugo o di incombustibile: dire che il legno è resistente al fuoco non significa che non brucia, ma che brucia mantenendo comunque caratteristiche e prestazioni che garantiscono la sicurezza della struttura (e che vedremo tra poco);
  2. La resistenza al fuoco è una caratteristica che riguarda la struttura, non il singolo materiale che la compone, e che dipende da geometria, distribuzione dei carichi, esposizione, ecc. Per i materiali è più corretto parlare di reazione al fuoco e si valuta secondo classi da 0 a 5. I materiali incombustibili hanno classe 0, il legno ed i suoi derivati tra 3 e 4 in media.

Fissati questi due punti, torniamo agli edifici in legno e sulla loro migliore capacità di resistenza al fuoco, rispetto a quelli in cemento armato o in acciaio, e facciamo chiarezza su come questo sia possibile nonostante il legno sia un materiale che brucia!

La carbonatazione del legno

L’aspetto che, da questo punto di vista, fa la differenza è che, quando viene sottoposto al fuoco, il legno brucia sì, ma molto lentamente e mantenendo inalterate la propria struttura molecolare e le prestazioni. Occorrono tempi molto lunghi prima che le fiamme arrivino ad intaccare in maniera significativa l’anima del materiale: infatti quando la temperatura raggiunge i 240°C (si consideri che in caso di incendio di un edificio si superano i 400°C in pochi minuti!), si attiva il fenomeno detto carbonatazione del legno, che fa sì che lo strato di materiale più esterno protegga come un vero e proprio guscio la sezione più interna, quella resistente della struttura, impedendole di ridursi (se non in tempi molto lunghi) e, quindi, di compromettere la stabilità dell’edificio. La sezione carbonizzata presenta infatti una capacità conduttiva del calore estremamente bassa e costituisce quindi una sorta di barriera contro la penetrazione della combustione nel cuore della struttura.

Inoltre la porzione di materiale non carbonizzata, nonostante l’esposizione alle elevate temperature, mantiene appieno le caratteristiche di resistenza meccanica, proporzionalmente alle dimensioni della sezione integra: l’eventuale cedimento di un elemento in legno, può quindi avvenire solo ed esclusivamente nel caso in cui la sezione che rimane integra presenti dimensioni minori rispetto a quelle minime necessarie all’adempimento della funzione portante.

Quando collassa una struttura?

Il collasso a causa di incendi degli edifici in legno risulta di probabilità molto remota, dal momento che potrebbe avvenire, come già anticipato, solo a causa della progressiva (e lentissima) riduzione della sezione resistente e non per l’improvviso decadimento delle caratteristiche fisiche e meccaniche del materiale, come invece avviene per acciaio e calcestruzzo.

Per comprendere questa differenza basti pensare alle modalità del crollo delle due torri del World Trade Center di New York l’11 Settembre 2001: una struttura in acciaio, infatti, benché formalmente incombustibile, subisce la rapida perdita di stabilità quando viene sottoposta ad un rilevante aumento di temperatura. Dopo soli 5 minuti di esposizione al fuoco, l’acciaio raggiunge la temperatura critica di 500°C, che solitamente porta, nel giro di circa 10 minuti, al collasso della struttura.

Anche il calcestruzzo risulta classificato 0 dal punto di vista della reazione al fuoco dei materiali, quindi come incombustibile, tuttavia esso viene solitamente impiegato unitamente all’acciaio per realizzare strutture armate, per cui anche in questo caso esposizioni prolungate a temperature elevate possono costituire un rischio per la tenuta degli edifici.

La bassa conducibilità del legno

Infine, l’ulteriore aspetto che rende preferibile l’impiego del legno ad altri materiali dal punto di vista della resistenza al fuoco, è la sua bassa conducibilità termica: tale caratteristica consente in primo luogo di tutelare e proteggere le eventuali connessioni metalliche e le linee impiantistiche presenti all’interno della struttura e, in secondo luogo di circoscrivere l’area danneggiata dall’eventuale incendio.

Test condotti su pareti in legno sottoposte sul lato interno ad oltre due ore di fuoco con temperatura che ha raggiunto un picco di oltre 1000°C, hanno infatti dimostrato come, sul lato esterno, le condizioni fossero tutt’altro che estreme: temperatura di superficie compresa tra il 14 ed i 24°C e temperatura dell’aria di 11° C. Questo costituisce un aspetto non di poco conto se considerato dal punto di vista dell’intervento dei soccorsi.

Inoltre, dopo diverse ore di incendio, le pareti oggetto dei test non hanno perso le proprietà statiche e, alla fine, gli unici componenti da sostituire sono risultati essere il rivestimento interno in cartongesso e lo strato isolante.

Tutto ciò a conferma di come anche l’edilizia in legno, al di là dei pregiudizi, sia ben capace di garantire elevati livelli di sicurezza anche dal punto di vista del rischio di incendi.

 

Elena Ottavi

Qualche settimana in questo articolo de “Il Sole 24 Ore” si poneva l’attenzione sulla esplosione inattesa (nella sua entità e rapidità) dell’edilizia in legno nel nostro Paese, che in questi anni di grave crisi del settore costruzioni è riuscita non solo a crescere in controtendenza, guadagnando quote di mercato, ma anche ad affermarsi all’estero, sfruttando il riconoscimento e la forza del brand «made in Italy»”.

Come evidenziato dall’articolo, e come anche noi abbiamo spesso ribadito all’interno di questo blog, le ragioni della crescita di questo particolare settore sono numerose e vanno ricercate in primis nelle caratteristiche proprie del legno. Si tratta di un materiale naturale, isolante, traspirante, sostenibile, stabile, resistente a fuoco e sismi, versatile, riciclabile, che contribuisce al comfort ed alla salubrità degli ambienti interni.

E finalmente gli utenti, i committenti, i futuri abitanti delle case cominciano a prenderne coscienza e a preferire il legno ai tradizionali materiali da costruzione. Questo implica il ricorso ai sistemi costruttivi a secco, diversi tra loro e in grado di dare risposta alle singole esigenze progettuali ed esecutive. Sono principalmente tre: sistemi leggeri a telaio e sistemi massicci del tipo Blockhaus e X – Lam. È proprio quest’ultimo quello che attualmente sta registrando i risultati migliori, dal punto di vista delle quote di mercato raggiunte: ad oggi rappresenta circa il 45% delle nuove costruzioni (fonte “Il Sole 24 Ore”) e le prospettive per il futuro sono ottime.

Vediamolo un po’ più da vicino: in che cosa consiste e quali sono i principali vantaggi che il sistema costruttivo X – Lam porta con sé?

Che cos’è l’ X – Lam?

L’ X – Lam è un sistema costruttivo a secco di tipo massiccio, avente come materia prima dei pannelli lamellari prefabbricati, di spessore variabile e costituiti a loro volta da strati (tre al minimo e sempre in numero dispari) incrociati ed incollati (con colle a base naturale e prive di formaldeide o di altri componenti chimici nocivi per l’uomo), che permettono di raggiungere prestazioni elevate dal punto di vista di carichi e portata.

Vengono impiegati per la realizzazione di elementi portanti di superficie, cioè pareti, esterne ed interne, e solai, che arrivano in cantiere già dimensionati e sagomati, con le aperture di porte e finestre già predisposte. Il loro assemblaggio avviene ad incastro per mezzo di elementi di connessione metallici. I pannelli vengono posti in opera in maniera tale da definire strutture dal comportamento scatolare.

Le superfici esterne costituiscono il supporto su cui viene fissato lo strato di isolamento a cappotto, dallo spessore variabile a seconda delle esigenze e dei requisiti richiesti.

Il rivestimento esterno è a scelta del committente o del progettista: può essere in intonaco, pietra, legno o altro. Quello interno invece, solitamente si ottiene attraverso la giustapposizione al pannello X – Lam di un primo strato in cemento – legno (al cui interno trova spazio il passaggio delle linee impiantistiche) e da un secondo di finitura in cartongesso.

I vantaggi

Oltre ai vantaggi che derivano dalle caratteristiche intrinseche del legno, l’impiego della tecnologia X – Lam consente innanzitutto di raggiungere prestazioni elevatissime dal punto di vista statico e della resistenza pur realizzando strutture notevolmente più leggere rispetto a quelle ottenute attraverso sistemi tradizionali. Questo aspetto costituisce un incentivo rilevante per l’utilizzo dell’X – Lam, soprattutto per quanto riguarda gli interventi di ampliamento o sopraelevazione di edifici esistenti, quando si opera in contesti particolarmente delicati, come ad esempio i centri storici, quando si costruiscono complessi multipiano di grandi dimensioni.

Vanno aggiunti i vantaggi derivanti dalla prefabbricazione, che permette in primis di ridurre di circa il 40% la durata del cantiere oltre a garantire a priori la progettazione accurata di tutti i nodi, i dettagli ed i punti critici dell’edificio.

Inoltre l’isolamento a cappotto contribuisce a massimizzare le prestazioni dell’abitazione che sarà dal punto di vista dell’efficienza e garantisce l’assenza di ponti termici. Contribuisce anche all’aumento della massa del tamponamento e, quindi, all’aumento della sua resistenza termica: questo rende i sistemi X – Lam particolarmente adatti ad essere impiegati anche per la realizzazione di case in legno in zone dal clima caldo.

Elena Ottavi

Quello della casa in legno è un modello architettonico e tecnologico che è nato e si è sviluppato nelle regioni del Centro e Nord Europa, allo scopo di proteggere gli ambienti domestici interni da temperature invernali molto basse. E anche nel periodo estivo a certe latitudini ed altitudini, nonostante condizioni generalmente più miti, il clima si mantiene sempre piuttosto fresco. Diversamente da quanto invece avviene dalle nostre parti: in Italia infatti il clima presenta caratteristiche più mediterranee che ci costringono, specialmente nelle regioni del Centro – Sud, ad estati molto lunghe e molto calde, con picchi elevatissimi di temperatura, umidità ed afa.

Questa diversità da sempre alimenta diffidenza e scetticismo nei confronti della capacità delle case in legno di rispondere in maniera ottimale anche alle esigenze termiche determinate da quelle condizioni climatiche che contraddistinguono la maggior parte del nostro territorio. In particolare spesso si tende ad associare il materiale legno e le tecnologie costruttive che lo riguardano ad ambienti che si mantengono caldi e confortevoli durante l’inverno, sottovalutandone le prestazioni dal punto di vista dell’isolamento dal caldo nel periodo estivo. Ovviamente si tratta di una falsa credenza, dal momento che l’impiego del legno ben si adatta a qualsiasi tipologia di clima: la condizione imprescindibile è la corretta conoscenza del contesto in cui si opera, unita ad una progettazione mirata e personalizzata in funzione delle esigenze e dei fattori che entrano in gioco. Una casa in legno in Trentino Alto Adige ed una in Puglia possono essere parimenti performanti rispetto al territorio ed al clima con cui interagiscono, ma dovranno necessariamente presentare caratteristiche ed accorgimenti specifici e differenti, che vanno da quelli di natura architettonica e distributiva (orientamento, aperture, sistemi di protezione dal sole, ecc.) alle scelte relative alla stratigrafia dei tamponamenti.

Il primo aspetto da tenere in considerazione per realizzare una casa in legno che garantisca ottime prestazioni anche a climi mediterranei è quello di progettarla con un involucro edilizio dotato di massa tale da determinare lo sfasamento termico necessario a rallentare o bloccare la penetrazione all’interno del calore esterno. È il concetto che, seppure in maniera empirica, veniva applicato negli edifici tradizionali, basti pensare ai Trulli, ai Sassi o alle antiche chiese, ambienti caratterizzati da temperature interne costantemente fresche e piacevoli nonostante il caldo all’esterno. Dal punto di vista tecnico – scientifico lo sfasamento termico consiste nel tempo che l’onda termica generata dalla radiazione solare impiega per penetrare all’interno. Si misura in ore, per cui quando si parla di sfasamento di 3, 4, 5 ore o più, significa che il calore raggiungerà l’interno dopo 3, 4, 5 ore di esposizione. Durante la notte i tamponamenti e gli ambienti interni (adeguatamente ventilati) tornano a cedere l’energia accumulata. Ne consegue che se un edificio presenta un involucro edilizio dotato di elevata inerzia termica (“capacità di un materiale o di una struttura di variare più o meno lentamente la propria temperatura come risposta a variazioni di temperatura esterna o ad una sorgente di calore/raffreddamento interno”, fonte Wikipedia) e in grado di assicurare un sfasamento piuttosto lungo (i Trulli hanno sfasamento maggiore di 10 ore!), il calore raggiungerà l’interno quando sarà già possibile raffrescarlo attraverso il ricambio di aria.

L’applicazione di questo principio, proprio delle architetture tradizionali, alle case prefabbricate in legno passa innanzitutto attraverso la necessità di aumentare la massa dell’involucro, ad esempio preferendo adottare sistemi costruttivi che prevedono soluzioni più massicce, con pareti piene alternate a strati di isolante, capaci di migliorare lo sfasamento termico. È ciò che avviene con la tecnologia X-lam.

La soluzione alternativa è invece quella che interviene sulla tipologia dell’isolante: infatti la scelta di materiali isolanti ad alta densità, come la fibra di legno, influisce notevolmente sulle prestazioni del tamponamento esterno rispetto alle sollecitazioni di natura termica. Invece la tradizionale lana di roccia, spesso utilizzata per le abitazioni in legno costruite in climi freddi, è un isolante di tipo leggero ottimo per proteggere gli ambienti interni dalle basse temperature ma poco performante con quelle alte.

Alle prestazioni ed alle caratteristiche dei singoli materiali, si aggiunge un ulteriore aspetto fondamentale proprio dei sistemi costruttivi in legno, caratterizzati, per loro natura (e se eseguiti a regola d’arte) dall’assenza di ponti termici.

Pertanto la buona progettazione unita all’accurata e precisa esecuzione delle lavorazioni, costituiscono i principali fattori che incidono sulle prestazioni di un’abitazione in legno.

Elena Ottavi

Lo scorso 30 Novembre un vasto e rovinoso incendio ha distrutto la sede storica, il cuore pulsante dell’azienda Cotonella a Sonico nel bresciano. L’edificio, che costituiva l’ex sito produttivo successivamente destinato ad accogliere uffici amministrativi e laboratori, è stato avvolto da fiamme che, in poco più di un’ora e mezzo, hanno lasciato uno scheletro annerito come unico superstite. I danni sono stati ingenti ma non hanno tuttavia impedito all’azienda di ripartire in brevissimo tempo con maggiore slancio, combattività ed entusiasmo. La produzione ed i lavori non si sono praticamente mai interrotti ed è stato immediatamente avviato il grandioso processo di progettazione della nuova sede, che ha come principali interpreti lo studio di architettura J+S Architecture&Engineering e la nostra Albertani Corporates.

Albertani Corporates si è occupata di tutti gli aspetti relativi alla struttura, di cui ha elaborato il progetto e realizzato i singoli elementi. La loro produzione si è svolta interamente all’interno degli stabilimenti dell’azienda.

La struttura portante: i portali

Il nuovo edificio, quasi ultimato, è realizzato interamente in legno. Presenta una pianta più o meno rettangolare, con lato lungo di circa 52 m di lunghezza, e si distribuisce su due livelli, il piano terra più un soppalco.

Il volume è definito dalla successione di undici portali sagomati curvi, con il più alto che raggiunge i 9,50 m di altezza e costituisce la cuspide del sistema della copertura. Sono disposti in parallelo, equidistanti e presentano tutti uguale luce, pari a 15, ma si differenziano l’uno dall’altro per forma, sagoma e tipologia di lavorazione. È quindi stato necessario progettarli e realizzarli singolarmente.

Ciascuno dispone di due o tre cerniere, a seconda della conformazione, e presenta un estradosso sagomato attraverso l’impiego di macchine a controllo numerico. Il ricorso a tali strumenti ha consentito all’azienda anche di realizzare degli speciali incassi finalizzati a nascondere alla vista la ferramenta e gli elementi di connessione impiegati. Sono costituiti da speciali lamelle in legno incollate di spessore pari a 17 mm e rappresentano il sistema di supporto a cui sono appesi la scala che dà accesso al piano soppalcato ed il soppalco stesso.

La copertura e le pareti esterne: il sistema Lignum K® di Albertani Corporates

Come la struttura portante, anche la copertura e le pareti perimetrali, tutte in legno, sono state progettate e realizzate su misura da Albertani Corporates in funzione delle caratteristiche architettoniche e delle prestazioni attese dall’edificio.

Per entrambe le tipologie di elementi costruttivi è stato impiegato il sistema Lignum K®, uno speciale pannello in grado di garantire ottime prestazioni sia dal punto di vista portante che dell’isolamento: si tratta di una tecnologia particolarmente adatta alla realizzazione di coperture, pareti e solai perché consente l’eliminazione delle partizioni secondarie.

Dal punto di vista della composizione, il pannello Lignum K® è costituito da un’anima in materiale coibentante ed è rivestito sulle due facce esterne o da legno listellare (la cui essenza può essere di volta in volta variata e definita a seconda delle esigenze e delle richieste della committenza o del progettista) o da OSB o da altri materiali.

Il sistema Lignum K® è nato da un’idea di Albertani Corporates ed è unico nel suo genere: oltre ad essere totalmente ecologico, garantisce infatti prestazioni fisico – meccaniche che lo rendono estremamente versatile nelle applicazioni. A ciò si aggiunge inoltre l’enorme vantaggio dettato dall’estrema rapidità e semplicità di manovra e posa in opera all’interno del cantiere.

Si tratta, infine, di un prodotto brevettato e certificato REI 60 per la resistenza al fuoco.

Tutti questi aspetti hanno orientato committenza, progettisti ed azienda nello scegliere di impiegare Lignum K® per la copertura e le pareti perimetrali della nuova sede Cotonella.

La copertura consiste in un complesso sistema di falde che raggiunge la massima altezza in corrispondenza del portale più alto ed è definita da tre principali categorie di elementi: il pacchetto coibente, l’impermeabilizzazione e il manto di finitura.

Il primo è quello costituito dall’elemento portante (fuori standard e quindi anche in questo caso realizzato ad hoc) del tipo Lignum K 200, composto da un doppio pannello listellare in abete di spessore 20 mm e da lana di roccia ad alta densità (sp. 16 mm).

Segue lo strato impermeabilizzante, formato dalla guaina impermeabile, dal pannello fonoassorbente a base di gomma e rivestito su entrambi i lati con garza antiaderente, e da una membrana traspirante (ed impermeabile) con filamenti metallici.

Completa il quadro il manto di finitura, realizzato in lamiera di alluminio aggraffata (spess. 8/10) e dotato di elementi con funzione paraneve.

Le pareti perimetrali sono invece realizzate con pannelli Lignum K 170 e, in corrispondenza dei lati corti dell’edificio lasciano spazio a due ambienti porticati.

Sostenibilità e resistenza al fuoco

Il progetto e la realizzazione della sede Cotonella arricchisce il portfolio dell’azienda Albertani Corporates di un nuovo esempio di architettura e sostenibilità: l’impiego del legno e, nello specifico, del sistema certificato Lignum K®, garantisce all’edificio prestazioni elevate dal punto di vista dell’efficienza e del risparmio energetico ed assicura quelle condizioni di comfort e traspirabilità da cui deriva il benessere degli ambienti interni.

È inoltre estremamente significativo come, a seguito di un incendio che ha quasi completamente distrutto l’edificio esistente, la scelta dei progettisti e della committenza si sia comunque rivolta verso la realizzazione di una struttura total – wood. Questo sottolinea e ribadisce ancora una volta che tra i vantaggi che l’impiego del legno porta con sé, c’è anche la sua elevata resistenza al fuoco: nonostante le affermazioni dei detrattori e dei luoghi comuni, si tratta infatti di un materiale che, se sottoposto a combustione, resiste di più e più a lungo rispetto, ad esempio, all’acciaio o al calcestruzzo.

E il progetto per Cotonella dimostra che sono in lenta ma costante crescita la sensibilità e la consapevolezza nei confronti delle potenzialità del legno come materiale da costruzione.

 

Elena Ottavi

Che si tratti di mare, lago o montagna la parola d’ordine è sempre la stessa: legno!

Dall’agriturismo di design al capanno da pesca su palafitte, dalla casa di campagna alla casa galleggiante, il comun denominatore è sempre lo stesso: il legno.

Nella storia dell’architettura le case di campagna sono da sempre dedicate al relax e al contatto con la natura.

Definizione valida ancora oggi in quanto le ville immerse nel verde rappresentano la fuga dal caos della città e l’opportunità di una vita più salutare in paesaggi mozzafiato.

Progettare case in legno nella natura significa cimentarsi in una sfida precisa, dove il dentro e il fuori si connettono tra di loro attraverso relazioni che ampliano i confini della casa proiettando la zona living nell’ambiente naturale sia che si tratti di mare, lago o montagna.

Abitare in una di queste case perfette per il relax, dove l’estetica e il comfort incontrano la sostenibilità e l’innovazione, è un privilegio che molti vorrebbero concedersi.

Scopriamone alcune, sparse in giro per il Mondo:

Siamo a Pescara. D’Annunzio li chiamava ‘ragni del mare’, sono i ‘trabucchi‘, macchine da pesca tipiche della costiera adriatica. Costruzioni che per secoli sono state utilizzate come case da quei contadini che abbandonavano la coltivazione della terra per dedicarsi alla pesca.

A questa tipologia di struttura, quasi sempre realizzata in legno, ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d’Aleppo, si ispira il progetto di studio zero85 che nasce proprio dall’idea di abitare una ‘stanza sul mare‘.

Il progetto della casetta definisce, infatti, una profonda relazione di penetrazioni visive tra il mare e la ‘stanza’, grazie ad un’ampia vetrata che guarda alla spiaggia.

A poco più di un’ora da Londra, in un territorio di 100 acri di verde, si trova Soho Farmhouse, il suggestivo agriturismo del gruppo Soho House.

Qui un vecchio casale del XVIII secolo è stato ristrutturato e arricchito con quaranta bungalow in legno e un cottage, arredati in stile country-chic.

Il progetto, firmato dal progettista Nick Jones e da Vicky Charles (del gruppo Soho House), intende mantenere lo stile tipico e tradizionale della fattoria inglese, senza rinunciare alla modernità degli arredi.

Così, nascono ambienti che racchiudono un mix di stili, dal rustico al tradizionale, al minimal, con dettagli vintage ed elementi di antiquariato.

La Boathouse ospita un ristorante giapponese ed una zona solarium all’aperto con piscina esterna costruita nel laghetto adiacente, dotato di barche per piccole regate.

La struttura dispone anche di un campo da calcetto, una pista da pattinaggio invernale, una palestra, un campo da softball, una zona per bambini, un cinema, e un maneggio. Non manca la Spa, con sauna, bagno turco e bagno ghiacciato.

Nel cuore rurale dello stato di San Paolo, in Brasile, sorge la casa in legno immersa nella natura a firma dello studio MK27, guidato dall’architetto brasiliano Marcio Kogan.

Nel progetto di Casa Catuçaba l’integrazione tra edificio e paesaggio circostante è talmente riuscita che la casa è energeticamente autonoma e autosufficiente.

Immersa tra le colline, realizzata ad un’altezza di di 1.500 metri, su pilastri, la casa di legno è stata concepita come un rifugio, un luogo dove ritrovare il silenzio e il riposo, riconciliarsi con la natura.

Ha quattro camere da letto ed un’ampia zona living, con affaccio sulla vallata.

La sfida per lo studio MK27, nonché la richiesta dei committenti, consisteva nel creare un’abitazione che fosse in grado di smaltire i rifiuti e produrre energia elettrica e calore.

Il risultato sorprende: l’unica residenza in Brasile certificata col massimo punteggio nella classifica del Green Building Council Brasil, la sezione locale dell’ONG internazionale che promuove l’edilizia sostenibile.

L’acqua corrente è quella delle sorgenti che si trovano nei dintorni, l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari e fotovoltaici installati sul tetto e dalla turbina eolica.

Le stanze sono riscaldate da stufe a legna e le finestre hanno i doppi vetri per assicurare un controllo ottimale della temperatura. Il tetto è isolato termicamente con carta riciclata, mentre per le pareti sono state utilizzate le fibre compatte ricavate dalle bottiglie di plastica.

Eccetto i due muri che delimitano la casa, edificati con un’argilla locale, impiegata anche per il pavimento interno, d’ispirazione coloniale, il manufatto è una casa prefabbricata che è stata semplicemente assemblata sul posto, in legno sostenibile della foresta amazzonica certificato dalla ONG Forest Stewardship Council.

La facciata a nord, più esposta al sole, è stata dotata di sottili pannelli pieghevoli di eucalipto, alcuni fissi e altri scorrevoli, che servono da schermi per la luce e il calore e riproducono un effetto visivo cinematografico negli spazi interni.

In Romania, sulle rive del Danubio, gli architetti di Lime Studio hanno trasformato una vecchia boat house in un rifugio di design all’ultimo grido, per gli amanti delle case galleggianti.

Tradizionalmente considerate soluzioni povere e poco confortevoli, le case galleggianti stanno tornando di moda come soluzione abitativa. Ecco quindi che, in tutte le città con corsi d’acqua, architetti e designer si sbizzarriscono in relooking  che  trasformano le case sull’acqua in abitazioni di design.

Si chiama DOC, la casa galleggiante sul Danubio, pensata come location a servizio della comunità, per ospitare numerose attività sportive praticabili sul fiume.

Esterni ed interni rientrano perfettamente nei canoni di sostenibilità e integrazione con l’ambiente. La struttura, a basso impatto ambientale, è stata progettata appositamente per essere spostata durante i periodi di innalzamento del livello delle acque.

La novità di DOC consiste nella finalità del progetto: sfruttare nuove opportunità, come quelle offerte dalle case sull’acqua, e dare alla collettività un mezzo per riscoprire antichi e suggestivi luoghi della città.

Valentina Ieva

Le facciate degli edifici vengono a volte ridotte a componenti edilizie dalla sola funzione estetico – architettonica. In realtà il loro ruolo è fondamentale perché da un lato determinano, appunto, le relazioni dell’organismo architettonico con il contesto in cui questo è inserito, dall’altro ne costituiscono l’involucro e quindi agiscono in maniera importante sugli scambi termici, acustici ed energetici tra interno ed esterno. È quindi fondamentale progettarle con cura così da assicurare il massimo comfort agli ambienti domestici.

Ci sono varie tipologie di facciata che possono essere realizzate in funzione dei materiali che si sceglie di impiegare o di mettere in vista: facciata continua (o curtain – wall), in cui il vetro è protagonista, a faccia-vista, quando si espone il laterizio, facciate con rivestimenti di varia natura e forma (intonaco, pannelli, listelli e doghe in legno, ecc.).

Scegliere di realizzare una casa in legno non vincola il committente ad un edificio total-wood dentro e fuori: il legno rappresenta infatti la quota di maggioranza tra i materiali impiegati, ma non è l’unico né ci obbliga necessariamente ad un’abitazione con pareti anch’esse in legno!

Quando si opera con le tecnologie costruttive legate all’uso di questo materiale, principalmente X-lam e sistemi a telaio, le tipologie di facciata più frequenti sono quelle basate sul cappotto e sulla ventilazione.

Nel post di oggi vogliamo quindi approfondire quali sono le possibilità offerte dall’impiego del legno come materiale da costruzione dal punto di vista delle scelte estetico – architettoniche relative alle facciate ed ai materiali da impiegare per la realizzazione di queste ultime, concentrandoci in particolare sui sistemi di pareti ventilate.

Per parete ventilata si intende una tipologia di parete costituita da una stratigrafia composita, il cui rivestimento esterno consiste in un paramento ancorato alla struttura tramite appositi supporti. Questi individuano uno spazio vuoto, posto tra la struttura della parete ed il rivestimento stesso, che agisce da un lato come una semplice e tradizionale camera d’aria, che partecipa all’isolamento dell’edificio, e dall’altro garantisce la traspirabilità dei tamponamenti esterni.

Quindi procedendo dall’interno verso l’esterno, una parete in legno ventilata risulta composta da tre principali componenti:

  • la struttura in legno della parete, rivestita esternamente da uno strato continuo in materiale isolante;
  • l’intercapedine ventilata, la cui profondità dipende dalla tipologia degli elementi che fungono da supporto per la posa in opera del paramento esterno. Si tratta solitamente di montanti fissati alla parete e che, a loro volta, costituiscono il sostegno per il rivestimento finale;
  • il rivestimento esterno: nelle abitazioni in legno può essere anch’esso di legno, sotto forma di listelli o doghe, ma non solo. Come abbiamo già evidenziato, una struttura in legno non implica necessariamente la scelta di una casa totalmente in questo materiale anche all’esterno: il rivestimento esterno può pertanto essere realizzato in una grandissima varietà di materiali. La condizione è che siano configurati come pannelli da installare a secco. Ci sono rivestimenti in pietra, marmo, gres, cotto, calcestruzzo in materiali metallici come l’alluminio, in materiali compositi di natura sintetica, ecc.

Dal punto di vista funzionale, l’efficacia e l’efficienza del sistema parete ventilata risiedono nel fatto che il rivestimento è posto in opera in maniera tale da individuare, alle estremità inferiore e superiore, delle aperture in grado di consentire l’ingresso e l’uscita dell’aria. È il cosiddetto effetto camino, il principio fisico secondo cui l’aria penetra dal basso all’interno dell’intercapedine, si riscalda e, di conseguenza, risale verso l’alto. Una volta in cima, fuoriesce dall’apertura superiore.

In questo modo la camera di ventilazione risulta costantemente attraversata in direzione verticale da flussi d’aria che si muovono secondo moti convettivi ascensionali e che sommano all’azione isolante dell’aria in sé considerata (basti pensare alle tradizionali pareti ventilate in muratura) il vantaggio dell’eliminazione dell’umidità.

Infatti durante la stagione estiva, il flusso dell’aria all’interno dell’intercapedine consente l’allontanamento e l’espulsione di quella surriscaldata, riducendo l’incidenza termica dell’ambiente esterno sulla struttura della parete. In inverno, invece, i moti convettivi permettono l’eliminazione del vapore acqueo prodotto internamente dalle attività domestiche, limitando sensibilmente il rischio dei danni e delle problematiche legate alla presenza di umidità e di condensa.

Chiudiamo il quadro con i vantaggi che la scelta di pareti ventilate produce dal punto di vista della manutenzione, dal momento che la configurazione modulare del rivestimento in pannelli fissati a secco rende notevolmente più semplici e veloci le operazioni eventualmente necessarie per la sostituzione di elementi danneggiati.

Elena Ottavi

Fino a qualche decennio fa l’architettura delle cantine e delle aziende vinicole era disegnata quasi esclusivamente in funzione dei criteri pratico-funzionali e dei requisiti imposti dalle attività e dai processi cui erano destinate, come umidità, illuminazione e temperatura interne. Tuttavia spesso ne risultavano strutture che mancavano di una propria identità e di elementi che le caratterizzassero al di là di come semplici luoghi per la produzione e conservazione del vino.

Negli ultimi anni invece l’affinamento dei processi di vinificazione e la disponibilità di tecniche e materiali all’avanguardia, oltre all’aumento del numero di foodies e degli amanti-esperti dei prodotti enogastronomici, ha impresso una forte accelerazione alla crescita ed allo sviluppo sia del settore enologico sia di quello turistico legato al vino, in Italia e in tutto il mondo.

Lo dimostrano il moltiplicarsi ed il sempre crescente successo di eventi come Cantine Aperte e Vinitaly, l’aumento del numero dei corsi (e di iscritti a tali corsi) dedicati all’avvicinamento al vino ed alla sua degustazione, il proliferare di quello che viene ormai comunemente definito enoturismo.

L’architettura come identità

Tutto ciò ha generato un cambio di passo anche nell’ambito della concezione e della progettazione delle cantine e delle aziende ad esse connesse, non più riducibili a semplici luoghi di trasformazione e conservazione, ma realtà sempre più complesse destinate ad ospitare sia le attività viti-vinicole tradizionali, sia quelle relative alla ricerca, alla sperimentazione, all’accoglienza e, soprattutto, alla promozione del territorio e dei propri prodotti.

In questo modo prende forma e si rafforza l’esigenza per i marchi e le aziende del settore di ridefinire il proprio ruolo e la propria immagine, i quali devono sempre più strettamente lavorare a specifiche strategie di marketing e legarsi ad un’identità commerciale in cui vino e territorio costituiscono componenti inscindibili di un unico prodotto.

Per questo numerose aziende in Italia e nel mondo hanno scelto di riqualificarsi e rilanciarsi a partire dal design per attirare consumatori e visitatori, commissionando ai nomi illustri dell’architettura internazionale il restyling o l’ampliamento delle proprie strutture o la realizzazione di nuovi edifici e complessi produttivi: Botta, Calatrava, Siza, Moneo, Herzog & De Meuron, Aulenti, Piano, Gehry, solo per citarne alcuni.

Ma progettare una cantina è tutt’altro che semplice: oltre alla comunicazione dei contenuti e dei valori del territorio e dell’azienda, vi sono infatti anche le esigenze tecnico-funzionali legate ai procedimenti produttivi e la definizione di relazioni paesaggistiche con il contesto in cui si progetta. Per cui all’architettura spetta un compito oneroso mentre il progettista, dal suo canto, si trova di fronte ad un processo estremamente articolato: la ricerca del design e del valore estetico devono infatti confrontarsi e dialogare anche con la complessità dei cicli produttivi e con i rigidi requisiti che questi impongono dal punto di vista di luce, esposizione, temperatura, dimensioni, umidità, ecc.

Una delle strade privilegiate per dare risposta a queste richieste, è quella che passa attraverso scelte sostenibili, come il ricorso alla bioedilizia, l’uso di fonti energetiche rinnovabili, l’impiego di materiali riciclati o riciclabili (legno, sughero, pisè, terra cruda, ecc.), lo sfruttamento di acque di recupero.

Il legno nell’architettura delle cantine

Quando si parla di sostenibilità, non si può fare a meno di citare il legno, il materiale sostenibile per eccellenza. Vediamo dunque alcuni esempi di come questa nobile materia è stata recentemente impiegata per realizzare architetture destinate ad ospitare cantine ed aziende vinicole.

Bodegas Ysios, Laguardia (Spagna), 2001. Opera dell’architetto – ingegnere spagnolo Santiago Calatrava, sembra adagiata nel paesaggio come un’onda in un mare di vigneti e si caratterizza per il trattamento volumetrico di pareti e copertura. Questa si configura come una superficie rigata dall’andamento sinusoidale, in cui concavità e convessità si alternano con continuità: è ottenuta attraverso la giustapposizione di travi rettilinee in legno lamellare diversamente ruotate intorno all’asse ed è rivestita da pannelli in alluminio. Alla sua realizzazione ha collaborato anche Albertani Corporates.

E’ in legno (di cedro) anche il rivestimento della facciata meridionale, con dichiarato intento di evocare l’immagine delle barriques di vino.

Cantina Marchesi Antinori, San Casciano Val Di Pesa (Firenze), 2012. Il progetto del gruppo Archea Associati guidati da Marco Casamonti presuppone, “attraverso l’architettura, la valorizzazione del paesaggio e del territorio circostante quale espressione della valenza culturale e sociale dei luoghi di produzione del vino”. L’edificio si fonde letteralmente con il territorio: la copertura definisce un nuovo piano di campagna che segue il pendio naturale ed è coltivato a vigneto. La terra, l’elemento naturale, è ciò che costituisce l’involucro dell’architettura: cotto, legno e cortèn completano il quadro dei materiali e la tavola cromatica sui toni del marrone-rosso che contraddistingue l’edificio.

Cantina Le Mortelle, Castiglione della Pescaia (Grosseto), 2010. Anche in questo caso si tratta di una delle cantine di proprietà della Famiglia Antinori e anche qui, così come per la precedente, si tratta di una struttura prevalentemente ipogea così da meglio coniugarsi con il ciclo di vinificazione. Il risultato è un’architettura di forma cilindrica a pianta centrale, con pilastri disposti radialmente e copertura a cupola ribassata con struttura in legno lamellare e finitura a verde pensile. Fulcro dello spazio è una monumentale scala elicoidale in acciaio e legno che si sviluppa all’interno del pozzo luce centrale. Il progetto è dello studio Hydea.

Rifugio del Vino – Cantina Les Crêtes, Aymavilles (Aosta). L’Arch. Domenico Mazza reinterpreta la tipologia del rifugio alpino per definire il nuovo edificio destinato all’accoglienza, realizzato accanto alla cantina storica. E’ costituito da una serie di volumi inclinati, che nella forma sembrano alludere e richiamare alle montagne circostanti e collegati da percorsi di visita. Hanno struttura in legno lamellare, pareti vetrate e copertura in lamiera.

Cantina Nals Margreid, Nalles (Bolzano), 2011. Il progetto dello Studio Markus Scherer Archtekt riguarda l’ampliamento della preesistente cantina: consiste nella realizzazione di una nuova barriccaia, interamente in legno, di uno spazio per lo scarico e la vinificazione dell’uva e di una cantina interrata.

Chateau Cheval Blanc Winery, Saint – Emilion (Francia), 2011. Il progetto consiste nell’ampliamento della preesistente struttura. Opera dell’Architetto Christian de Portzamparc, Pritzker Prize 1994, si sviluppa su due livelli, di cui uno interrato. L’architettura prende forma in un’enorme vela di cemento bianco che sembra adagiarsi sui vicini vigneti disegnando una sorta di collina artificiale sopraelevata. Al di sotto volumi vuoti si alternano ad altri in vetro e legno.

Cantina La Brunella, Castiglione Falletto (Cuneo), 2006. L’Arch. Guido Boroli ha progettato questo nuovo edificio, sorto accanto alla cascina storica, ma esclusivamente dedicato alla produzione, invecchiamento ed affinamento del Nebbiolo da Barolo. La chiave di lettura di questa architettura è la reinterpretazione in senso moderno di forme locali: edificio con struttura tradizionale a due falde (capriate in pino lamellare con doppia catena in acciaio) con pareti esterne rivestite da doghe in legno di rovere massello derivati da vecchi barriques.

Cantina Alois Lageder, Magré (Bolzano), 1995. L’edificio, opera degli architetti Abram & Schnabel, costituisce la perfetta sintesi di sostenibilità e sviluppo tecnologico: è realizzato interamente in legno e vetro e presenta una grande, larga rampa che raggiunge la copertura.

Elena Ottavi

Il legno è un materiale pregiato e vivo, utilizzato soprattutto nel rivestimento dei pavimenti e nelle travature, ma che sta scoprendo un nuovo e largo uso anche nelle pareti domestiche, sia per interni che per esterni.

Da sempre molto diffuse nelle località montane, grazie anche alla grande disponibilità di questo materiale, l’uso del legno nelle pareti sta riscuotendo successo anche in città, in particolare per accrescere il valore estetico degli spazi. Si tratta, quindi, di una scelta di funzionalità e di stile.

Le pareti in legno vengono spesso inserite nella zona living e nella camera da letto, zone dedicate al relax, merito dell’effetto confortevole e riposante del legno, nonché della sua capacità di rendere l’ambiente salubre.

Utilizzare pareti in legno in cucina o nel bagno risulta invece più problematico  trattandosi di ambienti umidi e ricchi di condensa. In questi casi se optate per il legno questo deve essere trattato con speciali prodotti in grado di renderlo impermeabile e resistente alle muffe e ai sedimenti batterici.

Posato in pannelli verticali o in listoni, il legno conferisce un tocco scenografico agli ambienti della casa e può essere inserito anche in una sola delle pareti presenti per non appesantire lo spazio.

Nella camera da letto le pareti in legno possono essere impiegate per rivestire la parete dove è posizionata la testiera del letto.

 

Quali sono i criteri per scegliere un rivestimento  adatto alle vostre esigenze?

Per chi a voglia di modificare l’aspetto della propria casa, ma preferisce optare per una soluzione più originale rispetto ad una semplice ritinteggiatura delle pareti, un’idea interessante è rappresentata dal legno per pareti interne.

Questo tipo di decorazione, comunemente chiamata boiserie, permette di creare un effetto diverso e può essere anche un ottimo modo per aumentare il livello di isolamento termico e acustico della stanza.

La prima cosa da fare è allora decidere su quale stanza intervenire.

Avere pareti in legno per interni significa godere di comfort energetico e benessere, calore ed estetica, grazie soprattutto alla naturalezza del materiale. Una parete in legno può assumere differenti funzioni: da semplice elemento di decorazione, in grado di regalare un senso di calore e comfort, a elemento divisorio, sia fisso che mobile, per suddividere gli spazi in modo funzionale ed organizzato. Le pareti possono, inoltre, essere personalizzate per creare contrasti visivamente interessanti.

Scegliendo pareti in legno amovibili è possibile modificare lo spazio con semplici spostamenti, in base alle proprie necessità;  d’altro canto non permettono il passaggio di impianti o cavi particolari, cosa che invece può avvenire quando si decide di costruire una parete in legno tamponata con lastre in cartongesso, oppure con assi di legno o pannelli decorativi  in legno

Che tipo di legno scegliere?

La scelta del legno da utilizzare può spaziare da pannelli preassemblati che permettono una veloce posa e sono disponibili con differenti finiture e colorazioni, alle assi in legno di recupero, magari in tonalità differenti, che andranno posate secondo lo schema preferito. il costo da sostenere sarà molto contenuto.

È importante scegliere legno certificato FSC per un minore impatto ambientale, trattati con vernici salubri per l’uomo e per l’ambiente.

Il larice, per esempio, è un’opzione di elevata qualità e durata nel tempo. Un legno assai robusto è il cedro. Non necessita di manutenzione o di particolari rifiniture. Vi sono i legni pregiati, come per esempio, quelli dalle tinte calde come il mogano. O le essenze ricercate  come il noce o il ciliegio.

Grazie a trattamenti particolari come spatolature, ondulazioni, graffiature, effetti anticati e reticolati, sbiancature, lavorazioni con effetto pietra, i rivestimenti in legno diventano l’elemento protagonista dello spazio domestico.

Si può puntare su accostamenti e contrasti, associando la parete in legno a stucchi, mattoni a vista o pareti dipinte con colori vivaci o abbinandola ad elementi in pietra o acciaio.

I legni rinnovati possono essere inseriti nelle pareti e generare delle sezioni vintage ideali per chi ama l’arredo shabby-chic, rustico o industrial.

Chi invece preferisce uno stile sobrio  può affidarsi ad essenze semplici e naturali, come ad esempio l’abete, un legno chiaro e facile da impiegare in ogni stanza dell’abitazione, ma la scelta può spaziare dal faggio all’essenza di pino, rovere e castagno.

Valentina Ieva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questi ultimi anni per moltissime persone e famiglie la possibilità di avere una casa di proprietà si scontra con le difficoltà economiche dovute al periodo di particolare crisi che stiamo attraversando. Per questo è tornato ad essere messo in pratica e sta nuovamente riscuotendo consensi un modello edilizio e sociale che proviene dal passato: l’autocostruzione.

Di che cosa si tratta? L’autocostruzione è un processo edilizio in cui i futuri utenti o abitanti partecipano in maniera attiva alle fasi costruttive dell’edificio, non solo in qualità di committenti ma partecipando, concretamente, alle operazioni di cantiere al posto delle imprese e delle ditte solitamente addette a tali lavori.

Scopo primario del processo è l’abbattimento del costo delle abitazioni. Questo aspetto si traduce nella possibilità, per quella fascia di popolazione in grado di pagare un affitto ma priva delle risorse e delle garanzie necessarie per l’acquisto di un immobile, di poter accedere al sogno di avere un’abitazione di proprietà. Fallito infatti il modello delle case popolari che ha dato vita in passato a complessi edilizi oggi soggetti a forte degrado, le Amministrazioni locali stanno cercando nuove vie e nuove strade per dare risposta al problema abitativo.

Come si realizzano case autocostruite?

Facciamo subito con una doverosa precisazione. Infatti molto spesso si tende erroneamente ad associare il concetto di autocostruzione a quello di abitazione-fai-da-te: falsissimo!

Il significato contemporaneo ed attuale di autocostruzione non è più quello di costruire la propria casa nel tempo libero o nei ritagli di tempo, come spesso facevano i nostri nonni. Oggi autocostruzione va di pari passo con organizzazione e coordinamento, con standard lavorativi e requisiti ben precisi.

E’ necessario, innanzitutto, che le famiglie e i soggetti coinvolti siano riuniti in gruppi organizzati (solitamente configurati  come consorzi o cooperative) e che siano coadiuvati, coordinati e gestiti da tecnici e da personale qualificato.

Gli autocostruttori sono inoltre tenuti a seguire preventivi corsi di formazione finalizzati a renderli idonei allo svolgimento delle attività di cantiere (come primo soccorso, sicurezza, antincendio, uso degli strumenti e delle attrezzature, ecc.) e coscienti e consapevoli delle tecniche e delle metodologie costruttive che verranno impiegate. Ovviamente essi non potranno partecipare direttamente all’esecuzione di tutte le lavorazione di cantiere: per quelle particolarmente rischiose o per le quali sono richieste preparazione e competenze specifiche (ad esempio per la realizzazione di parti impiantistiche) è previsto l’intervento di personale tecnico adeguato e che poi rilascerà tutte le certificazioni del caso.

Gli autocostruttori devono partecipare alla costruzione di tutte le unità abitative (che verranno assegnate solo ed esclusivamente alla conclusione dei lavori) e garantire l’impegno lavorativo all’interno del cantiere di tante ore entro tempi prestabiliti: solitamente si tratta di circa 900/1000 ore distribuite nell’arco di 18/24 mesi.

I benefici per il portafoglio e quelli etico – sociali

Come già anticipato, la realizzazione di complessi abitativi autocostruiti risponde all’esigenza di ottenere innanzitutto abitazioni a prezzi più vantaggiosi e quindi più a portata di tutti.

La partecipazione dei futuri abitanti alle fasi costruttive consente di ammortizzare enormemente i costi, soprattutto quelli relativi alla manodopera: il risparmio può arrivare fino al 50 – 60% circa della spesa complessiva prevista per abitazioni analoghe ma costruite secondo procedure tradizionali.

A questo si aggiunge la possibilità di ottenere da alcuni istituti bancari, per questo tipo di realizzazioni, mutui a tassi agevolati o a condizioni particolarmente favorevoli. Aspetto, questo, che costituisce per molti una facilitazione di non poco conto!

Alle motivazioni di carattere economico vanno inoltre ad aggiungersi quelle relative agli aspetti etici e sociali della questione. Il lavoro cooperativo e la condivisione del progetto favoriscono infatti la coltivazione dei rapporti interpersonali tra i futuri abitanti e l’instaurazione di quelle relazioni di vicinato che oggi sono spesso dimenticate. Inoltre i soggetti autocostruttori sono quasi sempre appartenenti e provenienti da realtà molto diverse per luogo di origine, religione e cultura, per cui questi tipi di progetto rappresentano anche concreti tentativi di integrazione.

Qual è la tecnica costruttiva più adatta per l’autocostruzione?

L’autocostruzione è un processo edilizio che non presuppone l’impiego di una tecnica costruttiva specifica, ma è innegabile che il ricorso a soluzioni a secco e prefabbricate consenta di ottenere un duplice vantaggio: da un lato permette di ridurre notevolmente i tempi di posa in opera e realizzazione dell’edificio, dall’altro di semplificare sensibilmente le operazioni che i soggetti autocostruttori (non professionisti) dovranno svolgere.

Sono quindi i sistemi in legno a telaio ed X-lam quelli meglio rispondenti a queste esigenze. Essi uniscono i vantaggi della prefabbricazione alle ottime prestazioni del legno sia dal punto di vista dell’efficienza termica ed energetica sia sotto il profilo della sostenibilità.

È con questi sistemi che anche Albertani Corporates è attiva sul territorio e partecipa alla progettazione ed alla realizzazione di edifici residenziali autocostruiti.

 

Elena Ottavi

Se non vedo, non credo”. Sebbene ci siano dati rivelatori di una graduale inversione di tendenza, quando si parla di costruzioni prefabbricate in legno e in modo particolare del paradigma della solidità o sicurezza statica, gli italiani, affezionati più ai pregiudizi che alle evidenze scientifiche, si comportano come San Tommaso. È ancora diffusa, infatti, la percezione per la quale le costruzioni in legno e quelle realizzate secondo la metodologia della prefabbricazione, davanti a fenomeni quali i terremoti o gli incendi, anche per il ridotto spessore delle pareti, non siano affidabili come lo sarebbero le costruzioni in muratura.

Questo, però, è appunto un pregiudizio che sarà sciolto nel tempo, auspicabilmente, con la crescente trasmissione tra imprenditori e progettisti del sapere tecnico e pratico, sempre più consolidato. Come ricorderanno i lettori più attenti di questo blog, proprio sulla performabilità delle costruzioni prefabbricate in legno coinvolte in esperienze critiche quali incendi e terremoti, abbiamo già dedicato degli opportuni e specifici approfondimenti. Si ricorda brevemente, dunque, che nel primo caso, per la sua bassa conducibilità termica e per il suo indice di carbonatazione, il legno si comporta meglio dell’acciaio (che collassa più rapidamente); mentre nel secondo il legno – per la proprietà meccanica e fisica di essere un materiale leggero e flessibile, elastico e dinamico – agisce meglio delle soluzioni in muratura.

Sono in legno, del resto, le oltre 200 casette in legno già consegnate nell’ultimo semestre a Norcia e analogamente si interverrà anche negli altri territori colpiti dal sisma del 24 agosto dello scorso anno. Nella necessità di dover approfondire il tema della solidità, occorre evidenziare, per chiarirla, una dicotomia linguistica tra le cosiddette “casette” e le “case”. Queste costruzioni, impropriamente chiamate anche chalet, sono moduli abitativi dall’architettura semplice progettati e realizzati con tempi di costruzione estremamente rapidi per rispondere a situazioni emergenziali come quella in corso nel Centro Italia. Non hanno alcuna temporaneità, invece, le case in legno. Per quanto con la prefabbricazione la cantierizzazione sia notevolmente ridotta e vada declinata come fase di assemblaggio e di montaggio, soprattutto se sostenute da una notevole qualità della progettazione, simili architetture – personalizzabili sulla base delle esigenze della committenza – garantiscono un ottimo comfort abitativo e permettono di raggiungere un’elevata efficienza energetica.

Le casette in legno adottano, prevalentemente, legno massello per le parti strutturali, con isolanti in polistirolo o polistirene e con pareti in cartongesso. Una casa in legno prefabbricata utilizza per le parti strutturali legno lamellare di qualità certificata con materiali isolanti completamente naturali.

Negli ultimi anni, nonostante le difficoltà della filiera dell’edilizia di lasciarsi alle spalle l’eredità di una crisi strutturale profonda, le soluzioni in legno lamellare o xlam hanno avuto una notevole affermazione non solo perché capaci di fornire confortanti prestazioni termo-acustiche, ma anche perché, probabilmente, per quanto detto in apertura, sono anche visivamente rassicuranti. Apparentemente più leggere, le pareti in telaio hanno il medesimo vantaggio di garantire un alto comfort domestico, con la possibilità che, oltre al cappotto esterno, anche tra i vuoti dei montanti possono essere inseriti i materiali isolanti per valori termici-energetici estremamente spinti. I pannelli isolanti, in dettaglio, dovranno essere ad alta densità, in fibra di legno o lana di roccia, per aumentare la massa termica e la capacità di sfasare l’onda di calore in regime estivo.

Giuseppe Milano