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Da Giancarlo De Carlo a Mario Cucinella: quando l’architettura partecipata rinasce con la natura

Nell’era geologica che stiamo attraversando, cosiddetta “antropocene” – ossia fortemente segnata dall’azione dell’uomo sul patrimonio naturale – anche l’architettura sta entrando in una nuova stagione.

Al centro di questa rivoluzione copernicana, principalmente, due aspetti: da un lato, la ricerca da parte dei progettisti di una empatica prossimità con i futuri fruitori dello spazio fisico preferibilmente rigenerato secondo un approccio integrato multidisciplinare e una visione olistica; dall’altro, la necessità e l’urgenza di un’azione interscalare comunque collettiva che metta al centro la tutela della biodiversità e la valorizzazione paesaggistica, accogliendo la dimensione sociale e culturale, in modo particolare dei territori fragili e marginali.

Tra gli architetti che più hanno compreso e rappresentato, nel recente passato, il cambiamento in nuce, non possiamo non citare Giancarlo De Carlo, per il quale non solo la partecipazione – per come assimilata dalla Scuola Scandinava – era un prerequisito essenziale per la successiva progettazione, che diventava in questo modo un modello di co-pianificazione; ma anche che l’architettura, non scissa dall’urbanistica, nelle sue declinazioni pratiche non agisse in contrasto con l’ambiente, ma anzi in armonia con essa.

Questa lezione, e in un certo senso l’eredità culturale e progettuale di De Carlo, nell’idea di voler creare una continuità tra passato, presente e futuro, ma anche nella consapevolezza che occorra saldare tradizione ed innovazione, sembra sia stata perfettamente acquisita da Mario Cucinella, curatore del Padiglione Italia dell’ultima Biennale d’Architettura di Venezia.

Se per De Carlo, infatti, era quasi un imperativo categorico provare a democratizzare l’architettura rendendola permeabile alle ibridazioni provenienti da altri saperi e a renderla accessibile ad un ampio pubblico; per Cucinella sembra sia urgente ecologizzare i processi che concorrano a produrre un’architettura di qualità, ontologicamente plurale, a cominciare dai linguaggi impiegati e dalle metodologie sperimentate.

Da verticale e, spesso, autoreferenziale, l’architettura, per Cucinella, rinasce dal basso dall’ascolto dei territori marginali come le aree interne e dalla produzione di innovazione sociale per una testimonianza orizzontale e circolare che nei paradigmi della sostenibilità socio-ambientale riverbera la sua nuova identità contemporanea.

Il Padiglione Italia, ribattezzato proprio per la sua vocazione Arcipelago, è organizzato in tre parti. Nella prima sono riconoscibili 8 itinerari che accolgono una settantina di progetti di architettura contemporanea distribuiti tra borghi, paesaggi e parchi, per rivelare la qualità diffusa dei paesaggi italiani. La seconda ospita l’esito di un rigoroso e approfondito studio condotto dal Cresme sulle evoluzioni demografiche e sociologiche del nostro Paese, tra spopolamento e cambiamento climatico. Nell’ultima, infine, sono presentati i 5 progetti di ricerca elaborati dai sei studi selezionati che hanno agito in cooperazione con università e attori locali.

Tra questi, particolarmente suggestivo è il progetto-processo che ha coinvolto il territorio della Foreste Casentinesi – situate tra l’Emilia e la Toscana, inserite nella lista del Patrimonio Unesco a luglio 2017 – con cui viene indagato il tema della foresta come sistema produttivo. Il legno, dunque, diventa protagonista assoluto della rinascita di un territorio. Il legno come materiale naturale che contribuisce allo sviluppo economico della comunità attraversata dal cambiamento e rigenerata socialmente.

Per la Biennale, quindi, il team selezionato ha previsto un edificio polifunzionale capace di accogliere più attività complementari nella valorizzazione massima degli spazi. La materità del legno incontra la fluidità delle superfici vetrate previste per favorire l’armonizzazione architettonica e l’inserimento nel contesto naturale dell’opera, secondo una armonia convergente tra esterno ed interno.

Il legno, tuttavia, e in generale i materiali naturali, come le tecnologie in grado di assicurare come risultato finale quello di avere architetture bioclimatiche energeticamente efficienti, caratterizzano tutto lo spazio espositivo allestito, nella volontà di illuminare quella parte di Italia che non si conosce, ma che è già realtà e che si punta a far diventare icona dell’Italia del futuro, o del diverso presente, che attende solo di essere abbracciato. Perché, oggi più che mai, l’architettura ha senso non solo se incontra e si fonda con la natura, ma anche e soprattutto se intercetta armonicamente ed empaticamente la cultura dei luoghi – la loro coscienza – per la loro solida e solidale valorizzazione.