Nell’Italia del 2017 dilaniata non solo dalla povertà e dalla crescita delle disuguaglianze, ma anche dal paradosso anacronistico di chi pensa di poter ancora sigillare il territorio con nuove costruzioni – nonostante l’Istat non perda occasione di ricordarci come nel nostro Paese già fortemente ferito dal fenomeno del decremento demografico sarebbero addirittura 7 milioni gli appartamenti residenziali inutilizzati – sono sempre più frequenti le notizie di interventi di rigenerazione urbana sostenibili caratterizzati dal social housing e realizzati in legno con la metodologia della prefabbricazione.

 

La visione del social housing, già consolidata e diventata ordinaria da molti anni nei Paesi della Scandinavia, è stata decodificata nel nostro ordinamento, per la prima volta, con la legge finanziaria del 2008 quando “per alloggio sociale si intende l’unità immobiliare in locazione rivolta a individui e nuclei familiari che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato”. Non essendoci stata in questi anni, tuttavia, uniformità di giudizio su tale innovazione, la definizione comunemente accettata è quella fornita dal Cecodhas, ossia dal Comitato Europeo per la Promozione del Diritto alla Casa: «l’insieme delle attività atte a fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe di assegnazione, a famiglie che hanno difficoltà nel trovare un alloggio alle condizioni di mercato perché incapaci di ottenere credito o perché colpite da problematiche particolari». L’obbiettivo dell’edilizia sociale, quindi, è cercare di fornire alloggi di buona qualità, a canone calmierato, realizzati secondo il criterio della mixité da soggetti sia pubblici sia privati che concorrono a risolvere la diffusa emergenza abitativa presente nelle nostre città, ricucendole socialmente per evitare nuove periferie o nuovi ghetti.

Questa scelta abitativa si distingue dalle altre, inoltre, anche per due fondamentali ragioni: il carattere etico ed il carattere ecologico. Con il primo aggettivo, infatti, si intende una propensione alla condivisione degli spazi condominiali da parte di chi li vive, favorendo nuove relazioni sociali e ripristinando pragmaticamente l’esperienza del “buon vicinato” diffusa nel passato e smarritasi negli ultimi decenni. Il social housing è poi uno strumento ecologico sia perché è oggi, spesso, una misura di rigenerazione urbana di immobili dismessi e vuoti da tempo; sia perché nella realizzazione di nuovi alloggi o nella ristrutturazione di vecchi si opta per soluzioni energeticamente innovative e sostenibili. Per questi scopi, pertanto, sempre più spesso i progetti prevedono strutture in legno: si sceglie questo materiale non solo per la sua vocazione energetica, ma anche per la sua propensione a comportarsi ottimamente da un punto di vista sismico.

Vediamo alcuni esempi:

Milano. Nel capoluogo lombardo, in Via Cenni, è stato realizzato nel 2013 uno degli interventi di social housing in legno più grandi d’Europa, “Cenni di Cambiamento”. Questo intervento di edilizia sociale, progettato dall’architetto Fabrizio Rossi Prodi, si sviluppa su un’area complessiva di 17 mila mq. L’idea conduttrice era di favorire l’integrazione tra servizi e funzioni di natura diversa e per consentire la relazione continua tra la comunità residenziale e il contesto della città esistente. La continuità tra la dimensione privata dell’alloggio e quella pubblica degli spazi aperti è ben espressa dai temi architettonici delle terrazze e delle logge, elementi di caratterizzazione plastica del volume, ma soprattutto espressione di una relazione tra il dentro e il fuori, tra la vita del singolo cittadino e quella dell’intera comunità. Il complesso residenziale, con struttura portante in legno, prevede quattro torri di nove piani, per un totale di 123 alloggi. Tra impianti di ultima generazione e accurata definizione di tutti i particolari costruttivi, “Cenni di Cambiamento” è un esempio virtuoso di edilizia sostenibile per le alte prestazioni energetiche e per l’alto livello di comfort domestico raggiunto. Gli inquilini saranno affiancati da un “gestore sociale”, che li aiuterà a imparare come governare i progetti per gli spazi comuni, piuttosto ampi. La peculiarità di via Cenni non riguarda solo l’innovazione del progetto architettonico, ma anche la filosofia che lo ispira, molto vicina a quella del co-abitare. Oltre ad una piazza di raccordo (che ricorda una scacchiera), che potrà essere utilizzata per varie iniziative, compresi concerti, trovano spazio un campo di mini basket, un parco giochi per bambini, alcuni orti condominiali. Gli spazi in comune, tuttavia, non sono solo quelli esterni. All’interno del complesso sono stati riservati dei locali da condividere e che, oltre alla zona lavanderia, non hanno una precisa destinazione, perché saranno gli stessi condomini a scegliere come usarli di volta in volta.

Brescia. Nella città lombarda, lo studio d’architettura 5+1AA di Alfonso Femia e Gianluca Peluffo ha progettato un complesso edilizio costituito da quattro palazzine a quattro piani interamente in legno, con struttura lignea in pannelli XLam, per un totale di 72 appartamenti. Obiettivo dei tecnici incaricati era realizzare abitazioni a bassissimo consumo energetico e ad altissimo comfort termico-domestico. L’impresa è riuscita grazie ad una progettazione attenta ai singoli dettagli che hanno prodotto benefici evidenti e misurabili: notevole coibentazione, involucro compatto, riduzione dei ponti termici, tenuta all’aria, riduzione delle perdite per ventilazione, uso di fonti rinnovabili, riduzione del fabbisogno energetico. I risultati conseguiti dalla descritta progettazione integrata degli edifici ha portato, conseguentemente, a una valutazione energetica in classe A sia secondo i parametri CENED sia secondo quelli dell’Agenzia CasaClima.

Si cita, infine, l’esperienza portata avanti dall’architetto italiano Mario Cucinella ribattezzata “Casa 100k”: ossia la casa da 100 metri quadri da 100mila euro progettata e realizzata secondo i dettami della bioarchitettura e, quindi, altamente eco-sostenibile. Per l’architetto bolognese, questo modello residenziale, idoneo per la tipologia del social housing che prevede tradizionalmente anche la possibilità di acquistare dopo alcuni anni la casa affittata, consente di dare una risposta alle domande di economicità, riduzione di emissioni inquinanti e senso di piacere dell’abitazione.

Una casa viva, colorata, che lascia spazio alle differenti identità e modalità di vivere, ma capace di produrre energia utilizzando ogni strategia passiva e attiva per rendere l’edificio una macchina bioclimatica.

 

Giuseppe Milano