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La deforestazione? Non è causata dall’architettura in legno

Uscire dal perimetro dei “luoghi comuni” per entrare in quello dei “luoghi condivisi”. Sull’architettura in legno quale responsabile principale della deforestazione, infatti, è arrivato il momento di passare dal regime delle pur legittime opinioni personali a quello della conoscenza collettiva.

Nuove verità. Scopriremmo, per esempio e prioritariamente, che questo pernicioso fenomeno dell’alienazione dei boschi è generato da due modus comportandi di origine antropica: da un lato l’insostenibile o illegale gestione delle foreste, dall’altro l’inquinamento atmosferico. Specificatamente, nel primo caso rientra sia la conversione ad uso agricolo o urbano delle superfici boschive, sia il taglio illegale o gli incendi, per lo più dolosi; nel secondo sono da considerare gli effetti dell’inquinamento provocato dalle attività umane nelle aree urbane e industriali (si pensi ai gas serra). Non rientrando in alcuna categoria, pertanto, l’architettura in legno non contribuisce alla deforestazione. Anzi, al contrario, favorisce lo sviluppo del patrimonio forestale.

Più alta è la domanda di legno, più alto il numero di alberi piantati. Se così non fosse, nei Paesi scandinavi e in Nord America, dove da più di un secolo il legno è impiegato per la costruzione di case, non dovrebbero esserci tanti alberi. È vero, invece, il contrario: più alta è la richiesta di legname e più alto è l’incentivo per piantare sempre più alberi. E più alto è il numero di alberi presenti, più basso è il tasso di inquinamento o degrado paesaggistico, con benefici notevoli sulla salute umana e urbana. Queste aree geografiche, notoriamente riconosciute come le migliori per la qualità della vita, con il loro esempio virtuoso ci spingono, pertanto, ad emularle per radicare una cultura ambientale nella quale il legno, tra i materiali naturali e rinnovabili migliori per le sue innumerevoli proprietà fisiche-meccaniche-biologiche, sia sempre più valorizzato ed usato.

L’esempio del Canada. E a proposito di “best practice”, il Canada – che dell’albero ne ha fatto prima un simbolo nazionale e poi una risorsa economica strategica, con il 94% dell’ingente patrimonio boschivo tutelato dallo Stato – si è dotato di un efficiente sistema di certificazione basato sulla norma riconosciuta a livello internazionale ISO 14001 “Environmental Management System” (Sistema di Gestione Ambientale) attraverso la quale viene definita una successione di standard ambientali applicati alla gestione sostenibile delle foreste.

Gli standard di certificazione. Tra questi, anche per la sua notorietà in Europa, citiamo il Forest Stewardship Council (FSC). Fsc è una Ong internazionale senza scopo di lucro nata nel 1990 in California con l’idea di definire una visione per la gestione sostenibile delle foreste mediante una pluralità di rigidi parametri – la sostenibilità ambientale, sociale ed economica – da rispettare da parte delle aziende consorziate. Oltre all’Fsc, tuttavia, esiste anche il sistema di certificazione Pefc (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes – Programma di Valutazione degli schemi di Certificazione Forestale). Pefc, presente anche in Italia con una proprio organizzazione, è una associazione internazionale indipendente, no-profit e non governativa, che si propone di definire “parametri quantitativi e qualitativi che, periodicamente misurati o osservati, permettano di valutare le performance ambientali e la sostenibilità dei sistemi di gestione forestale”. Entrambi gli schemi, quindi, richiedono il rispetto dei principi di legalità; di sostenibilità ambientale e sociale; delle convenzioni sulla tutela della salute e dei diritti dei lavoratori delle popolazioni coinvolte in tutta la filiera. Su questi due modelli di certificazione, con una apposita risoluzione, si è espresso anche il Parlamento Europeo evidenziando come sia Fsc sia Pefc siano “ugualmente in grado di fornire garanzia al consumatore che i prodotti certificati a base di legno e carta derivino da gestioni forestali sostenibili”.

La situazione italiana. Se nel mondo, in base alle ultime stime disponibili del 2015, il legno cresce ogni anno di 7,2 miliardi di metri cubi, in Italia – dal 1980 ad oggi – nonostante la percezione possa essere diversa, la superficie forestale è passata da 6,3 milioni di ettari a 10,5 milioni, con un incremento di oltre il 70%. A questa crescita, purtroppo e almeno fino ad oggi, non è stato possibile associare un piano di sviluppo sostenibile per consentire a questo patrimonio di generare ricchezza economica, creando occupazione, e ambientale, mitigando il rischio idrogeologico. Nonostante nel nostro Paese gli addetti alle lavorazioni in legno siano oltre 360mila e tra Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto non manchino aziende che hanno investito sulla gestione responsabile e sulla certificazione forestale. Tra le aziende “green” in possesso delle due certificazioni citate, infine, anche Albertani Corporates, che impiega questo legno per la realizzazione delle sue architetture di alta qualità e durabilità.

Giuseppe Milano